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Esterno domestico

Quante volte, passando da una zona – un po’ marginale, un po’ dimenticata, un po’ anonima – del vostro quartiere, vi è capitato di immaginarla diversa? Di trasformarla mentalmente interpretando le sue potenzialità e i vostri desideri? A Nicola Russi e Angelica Sylos Labini, architetti di Laboratorio Permanente, e ad Hannes Peer, non solo è successo, ma sono andati oltre il puro fantasticare. Hanno progettato la trasformazione di una piazza senza nome tra le vie Cadore, Pinaroli e Perugino a Milano. Facendosi promotori di una pratica di intervento – un “marchio urbano” – nella propria città che auspicano possa essere presa ad esempio. Lo sviluppo del progetto è a buon punto, ma per realizzarlo cercano sponsor, con l’associazione OasiCadore e con un sito che sarà presto online.

La proposta è talmente nuova – almeno qui in Italia – da aver destabilizzato l’assessorato comunale che, nonostante sia entusiasta e ne darebbe anche il consenso, non ha esempi precedenti di iter burocratici simili. Sostanzialmente non sa come regolamentare l’appropriazione legittima di uno spazio pubblico su intervento di chi progetta per professione. Qualche indicazione potrebbe fornirla il Nuovo Piano di Governo del Territorio, in vista dell’Expo 2015, teso a incentivare fenomeni di questo tipo che raccolgono idee di cittadini e imprenditori. Chissà… In ogni caso l’associazione, che comprende commercianti, professionisti e liberi cittadini del quartiere, va avanti. In concomitanza con il lancio del sito, l’intervento urbano avrà una sua presentazione pubblica per sollecitare perplessità e indicazioni. Oltre a quelle più diffuse, delle quali i commercianti si sono già fatti portavoce e sono state raccolte nel disegno dell’area.

OasiCadore è “rivoluzionario” già nel concetto, perché promuove una metodologia d’uso e una tipologia diversa dello spazio collettivo. Porta all’esterno la stessa qualità che costruiamo nelle nostre case, e utilizza lo spazio urbano, divenuto accogliente, per fare qualcosa al di fuori delle mura domestiche. Come? Con tavoli pubblici, illuminazione puntuale e connessioni wireless. “Stanze” ricavate fra barriere verdi anti rumore, in disposizione non geometrica. Piccole e raccolte, in modo da non facilitare un’aggregazione “rumorosa” e invadente in un quartiere per lo più residenziale. Non solo spazio di contemplazione, ma luogo per giocare, disegnare, lavorare, svagarsi in compagnia.

Cercasi sponsor, quindi. La spesa si aggirerebbe sui 200mila euro. Ma l’appello è rivolto solo a quelle “aziende che sostengono l’utilizzo di materiali che rispondano dal punto di vista tecnologico e di processo a determinati standard qualitativi e di eco-sostenibilità, riciclabili al 100%. Un’opportunità per essere nel progetto” e  –incoraggiano i promotori – “al contempo renderlo esclusiva piattaforma di comunicazione sull’arredo urbano, rimanendo in linea con quelli che sono i temi del prossimo Expo 2015: ambiente, architettura eco-sostenibile, innovazione tecnologica”.

Ci sembra un buon modo per tradurre in azione tutte le insoddisfazioni e le lamentele nei confronti di una città che sembra sempre più sorda e distratta.

www.oasicadore.org

Porzia Bergamasco

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Atene batte Roma (e Milano)


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Vivo a Roma, ma per strani eventi della vita potrei considerare Atene la mia seconda città. Da oltre dieci anni, per vari motivi, mi capita di andarci spesso. Mi piace molto. Ora più di prima. E ogni volta sempre di più. Forse perché ho assistito alla sua tardiva ma poi rapidissima trasformazione che comprende un aeroporto super organizzato, metropolitane efficienti e pulite, e una vita sociale e culturale attiva e divertente. Forse perché c’è  sempre il sole e tutti sembrano più sorridenti. Forse perché nel tempo ho costruito una rete preziosa di amici.  In realtà credo che la ragione per cui mi affascini è che ha saputo imporsi come una nuova capitale europea. Di respiro internazionale ma con una fiera identità culturale.
L’ho già detto, io vivo a Roma (e frequento spesso Milano) e non posso trattenermi dal paragonare  il fermento di Atene con l’indolente immobilismo in cui versa la città caput mundi….Si lo so che adesso faccio sembrare Atene Berlino ma quello che da romano mi ha colpito è stata  la capacità di saper mescolare la tradizione di un passato glorioso con un futuro sicuramente non perfetto ma pieno di promesse. A Roma viviamo ancora di speranze che, come si sa, il più delle volte restano tali. Mi riferisco ai numerosi progetti stipati nei cassetti delle varie amministrazioni che si sono alternate, ai cantieri interminabili (ma non sarà per questo che si chiama la città eterna?), ai lavori a singhiozzo e soprattutto all’atteggiamento bigotto che demonizza qualunque iniziativa bollandola come eretica e degna del rogo. Un  esempio per tutti:  il fiume di insulti che il povero Richard Meier si è beccato dopo la realizzazione del museo dell’Ara Pacis.
Così quando pochi giorni fa, abbronzato e sorridente dopo due settimane di isole greche, decido di visitare l’appena inaugurato Museo dell’Acropoli di Bernard Tschumi, una strana gioia si impossessa di me. Ecco un altro motivo per apprezzare Atene. In realtà io non avrei bisogno di ulteriori prove ma mi rendo conto che a volte sono un po’ fissato co’ sta Grecia e allora, come dire, ho bisogno di rimpolpare le motivazioni.
Ma torniamo al Museo. Sicuramente anche la sua realizzazione non è stata tutta rosa e fiori. Se spolvero tra gli scaffali della mia memoria credo che tra concorsi annullati e varie fasi di aggiudicazioni siano nate e cresciute almeno due generazioni. Però intanto c’è… e come diciamo a Roma cosa fatta capo ha!!!! E quindi godiamocelo, anche perché fino a dicembre 2009 l’ingresso costa solo un euro (lo vedete che i greci hanno una marcia in più?). L’edificio è costituito da  tre parallelepipedi rettangolari sovrapposti, con l’ultimo sfalsato per esser parallelo al Partenone. E’ incastonato in mezzo alle abitazioni proprio sotto l’Acropoli. Non è assolutamente gigantesco.  E’ realizzato interamente in  vetro e cemento a facciavista e è studiato per godere il più possibile della luce naturale. Vi sono esposte oltre 350 vestigia e sculture dell’Acropoli, che finora giacevano ammassate in uno spazio assai più piccolo e il cui trasferimento ha rappresentato un’operazione gigantesca che ha richiesto diversi mesi. La vera chicca è la galleria posta al terzo livello che accoglie i resti del fregio del Partenone. Rappresenta l’esatta ricostruzione (per dimensioni e orientamento) del famoso tempio, distante appena 244 metri e completamente visibile dalla grande vetrata. Ospita le parti del fregio rimaste sul suolo greco. La parte più consistente delle decorazioni si trova tutt’ora in esposizione al British Museum di Londra. Speriamo che la realizzazione di questo nuovo museo possa  accelerare il ritorno in patria delle sculture. Il British Museum, infatti, ha a lungo rifiutato di restituire le statue al governo di Atene lamentando la mancanza di strutture adeguate ad accoglierle.
Ora vedremo che altra scusa troveranno!!!

di Pik

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