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Cronache di Maison&Objet
IenaB in Paris
Scusate il ritardo! Ecco la (mini) cronaca del mio Maison & Objet. Bella! La fiera parigina è stata proprio bella! Perso il senso critico ho guadagnato in meraviglia: il primo giorno mi piaceva tutto. Vedevo rosa! No no, non pensate fossi stordita da ammiccanti designer svedesi o fascinosi talenti francesi (anche se guardarsi intorno era un piacere: i parigini sono mooooolto carini).
M&O è accogliente, frizzante, ben fatta. Una vera festa del design.
Bè no, non proprio: appena arrivata ho litigato. Il mio badge elettronico non funzionava e ho perso un’ora alla presse a fare il ri-accredito. A proposito: la stampa c’era tutta (scatenati i blogger di Designboom, sembrava fossero ovunque), 3900 gli accrediti on-line, chilometriche file (appunto, infatti mi sono arrabbiata) per registrarsi, code in sala stampa per conquistare un computer o un caffè. Per non parlare del pranzo: era una guerra! Cercare di accaparrarsi una sedia e un vassoio di cibo richiedeva strategie funamboliche. Io ho fatto la posta a tre colleghi nordici: li ho guardati mangiare, bere, gustare il dolcetto. Più loro indugiavano al tavolo, più il mio sguardo si faceva torvo. File a parte la differenza è che ai Saloni Italiani (ecco, cari di Fiera International: prendete appunti!) i giornalisti son coccolatissimi. E vi giuro che fa piacere. Anche perché “noi si lavora, eh”!
Now! Design à vivre.
Il 7 è il padiglione del progetto. E’ la prima tappa della giornata, va fatto ‘a tappeto’ per cercare nuovi nomi e vedere che c’è di nuovo intorno. Molti i brand italiani (in generale, molti gli italiani). Quest’anno il ‘padrino’ del 7 è stato Starck che ha patrocinato la mostra ‘Generation 2020’, dove i francesi cercano ‘lo Starck del prossimo millennio’. Per ora tra i 10 giovani designer selezionati spicca Mathieu Lehanneur, ma secondo me è troppo sofisticato per diventare il guru delle tendenze di domani. Spiritosi i 5.5 designer, ma ormai non son più una sorpresa e i progetti belli rimangono quelli degli anni scorsi. Promettente Sam Baron (anche se è molto decorativo) che tra l’altro firma per i nostrani Fabrica, Bosa e Galleria Secondome.
Philippe Nigro è in pole position. Sta disegnando bei pezzi: il tavolo presentato alla scorsa edizione sotto l’egida del Via (l’ente d’Oltralpe per la valorizzazione del design, quello che manca a noi italiani, per capirci) adesso è un prodotto Ligne Roset. Vedeste come spiegava contento i suoi progetti Philippe allo stand Ligne Roset. Forse il fatto che abbia lo stesso nome di Monsieur Starck lo galvanizza? Comunque bravo lo è, anche se ne ha di suola delle scarpe da consumare prima di potere eguagliare il genio….
A proposito: il marchio francese (Ligne Roset, appunto) ha presentato una collezione proprio interessante. Dal divanetto matelassé di Inga Sempé (ecco, secondo me lei sta azzeccando tutti i lavori: forse ‘lo Starck del prossimo millennio’ sarà una donna, finalmente!) ai vasi del duo americano Bruce & Sthefanie Tharp. Uh, il divano Chester gonfiabile che tanto mi ha divertito l’anno scorso, gli olandesi di Blofield ora l’hanno presentato in versione baby e in nuovi colori: adòro!
Non posso dilungarmi: sto già facendo un post lunghissimo.
Le altre chicche trovate a M&O ve le presenterò ad una ad una. In post brevi e concisi (oddio, ce la farò a non perdermi in chiacchiere??). Chiudo con la menzione d’onore a Lladrò. Direttore artistico Jaime Hayon (celebrato tra l’altro come il creatore 2010), loro con quelle statuette kitsch e poetiche ci azzeccano sempre. I pappagallini azzurri sono meravigliosi! Sulle altre tre mostre organizzate dai francesi, Hybrid by Francois Bernard (ovvero tecno-natura), Transcultures by Elizabeth Leriche (ovvero il craft e le influenze etniche) e La Coopèrative by Vincent Grègoire (qui il tema mi è meno chiaro, ma ne parleremo) farò un post a parte: sono interessanti spunti di riflessione.
Se volete saperne di più guardatevi la gallery-reportage di AT Casa.
Per il resto, buon design a tutti. Ah: sono su Facebook. Venite a trovarmi?

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Iena Bi: Cum Grano Salis
No. Non è la frase che mi dice sempre la mia mamma. Cioè si, anche. Ma qui non c’entra!
Tutto parte con un evento in Triennale di Alessi. Pioggia a dirotto. Io bagnata come un pulcino. Arrivo sversa, infreddolita, e un poco seccata con il direttore che mi ha imposto la presenza. La conferenza stampa è in corso. ‘Oddio va per le lunghe’, penso sconsolata. Temo la noia invece mi appassiono. Sarà pure che son le sette (e passa) di sera e ho fame, ma questo discorrere di cibi e di attrezzi per degustarli mi stuzzica. E’ davvero interessante. Certo è una sofferenza guardare formaggi, olio, vino e non toccare. Per il sale ho meno problemi. Non mi fa venire l’acquolina in bocca.
L’oro bianco
Ascolto e cambio idea. Il sale è fondamentale in tavola. Io mangio molto salato. Ma sul perché non mi ci ero mai soffermata. Dal press kit: «Pensate alle grandi scoperte che hanno rivoluzionato la
storia dell’uomo: l’età del fuoco, del bronzo, dell’aratro, del vapore giusto per citarne alcune. Ci si dimentica spesso di una scoperta altrettanto importante: quella del Sale. Paragonabile solo alla
scoperta del petrolio, quella del sale ha generato in termini di potere, controllo, profitto e conflitto, analoghi scenari socio-politici e culturali. Il sale, oggi nome comune di cosa presente in tutte le nostre cucine, ieri era universalmente “oro bianco”, moneta dai mille poteri in nome della quale si sono dichiarate guerre, creati monopoli, fomentate rivoluzioni, aperte vie di contrabbando e navigato alla scoperta di nuovi mondi». Le parole sono di Fabio Fassone, esperto in materia e consulente del progetto di Alessi: Cum Grano Salis, set di sali a servire composto da mortaio, 4 contenitori, vassoio e vasetto portaaromi. Disegnato dal giovanissimo Giovanni Alessi Anghini (23 anni, nipote del patron di Crusinallo Alberto, è pure carino!) e da Lorenzo Piccione di Pianogrillo ha un senso unico. Riportare in tavola il sale. Il sale vero, a grani, da pestare sul momento, magari mescolato a una fogliolina dell’aroma preferito, da mettere ‘a fresco’ sul piatto. Altro che il banale salino!
Dal sale blu di Persia al Rosa dell’Himalaya
Finita la conferenza faticavo a tenere sotto controllo l’ipersalivazione da gola!
Prontissimi i camerieri han cominciato a servire vino (Ripasso, Nebbiolo, Cartizze, Lagrein: a seconda del cibo) e formaggi (ricotta, taleggio, grana etc etc: una gioia per il palato). Già placata e leggermente brilla (bè, dovevo degustare no?) ecco che arriva il salmone marinato nel sale di Normandia insaporito da scorze di limone, aneto e qualcos’altro. Capite? Solo sale. Il salmone si è cotto nel sale (non ricordo più se in 24 o 48 ore, hic!) ma non solo. Dal sale ha preso il sapore. Fantastico. Ma non è tutto. Arrivano le patatine lesse, condite con 4 tipi differenti di sale (eh, le ripetizioni qui non contano: il sale non ha sinonimo!). Stavo per rifiutarle, già sazia. Giammai! Sale affumicato, sale sale blu di Persia e Rosa dell’Himalaya (il quarto mi sfugge: re-hic). Una delizia di sapori. Avete idea? No? Bè. Voi non c’eravate. Ma ci pensa Alessi. Il set sali è completo di 4 bustine con 4 tipi differenti di sale (eddai). Yuh. Andate a comprarlo! E’ geniale! A me le hanno regalate insieme al mortaio.
I miei ospiti ormai mi odiano: costringo tutti a disquisire di sale!
No no. Non ho le provvigioni sulle vendite. Mi piace davvero. Un progetto insolito che serve perché prima non c’era. Sapete quanti oggetti/progetti seppur belli vedo e so che sono solo una variante del tema già noto? Ecco. Allora lascitemi la gioia. Questo (momentaneo) entusiasmo. Ah. Oltre al Cum Grano Salis gli Alessi presentavano: La Via Lattea, set di coltelli per formaggi (ciascuno ha il suo, il taglio è un’arte) design Anna e Gian Franco Gasparini, manifttura di Coltellerie Berti; Alberto_s_vineyard calice vino double, da una parte si degusta il bianco e dall’altra il rosso, sintesi ironica dei viennesi Eoos; e il piccolo, deliziosissimo Taste-huile, bicchiere da degustazione olio progettato da Lorenzo Piccione di Pianogrillo (produttore di olio gourmandise) e Köbi Wiesendanger. Evviva l’eccellenza del design che valorizza l’eccellenza dei cibi!
E buon design a tutti, naturalmente.

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EcoIena Bi
Sono una compulsiva dell’acquisto. Pericolosissima, capace di spendere cifre iperboliche in pochi minuti. Snobbissima, con l’istinto che mi porta (pure a occhi chiusi, vi giuro: è una malattia professionale) sempre verso il pezzo (o il capo) più bello e più (sob) caro. Lunatica.
Passo dal vestitino firmato alla cartoleria (di Muji, però), dai cosmetici alle piante. Vi ricordate la protagonista del libro di Sophie Kinsella, I Love Shopping? Rebecca Bloomwood è sempre alle prese con solleciti bancari, carte di credito abusate e guai vari. Ecco. C’est moi.
Quindi ci vado a nozze con sto post.
C’è una nuova web-vetrina dedicata allo shopping bio. WOW
Non solo frutta e verdura (che purtroppo non bastano a soddisfare le –mie- brame di possesso) ma di tutto un po’. E tutto ecosostenibile. Come dire, spendo e mi sento meno in colpa. Consumo ma bene. L’Emporio Ecologico si ispira alle botteghe di una volta. Un e-commerce che spazia dai cibi bio a eco-prodotti per la cura e la bellezza del corpo, della casa, degli animali fino a oggetti di design e idee regalo.
Come recita il comunicato stampa: «Tutti a portata di mouse e certificati dai più accreditati organismi di controllo».
Un clic e si apre l’eco-home page…ooh
Il caricabatterie solare. Profumi, incensi, set in cotone organico per lo yoga..vabbè.
Adoro tutto. Quasi quasi mi decido a fare meditazione pur di aver il tappetino trapuntato in tono grezzo. E forse comprerò anche i fagioli Azuki (detesto i fagioli, ma il packaging è così carino).
Mi fiondo nella sezione ‘Abitare’. Vediamo un po’.
Umh. Stile & Design ha solo 3 prodotti: winepocket, porta iPod e set di sottobicchieri sono “Gli oggetti di Josh Jakus, realizzati a mano a San Francisco, in California. L’utilizzo di stock di feltro proveniente da scampoli industriali rende questa linea eco-friendly” dice la spiegazione. Costo dai 18 euro. Bell’idea. Il sito ha appena aperto, di sicuro è (penso, spero, auspico) in fieri.
Elenco di tutti i prodotti per l’ambiente domestico:
Candele e incensi
Cucina Ecologica
Detergenti domestici
Idee regalo (lampade al sale: faranno bene all’umore ma sono di rara bruttezza)
Prodotti per il bucato
Stoviglie compostabili
Style & Design (di cui sopra).
La perplessità mi accompagna: eco si. Ma lo stile?
Chiamate un esperto di design cari fondatori (sempre dal press kit: “Andrea, Aaron e Riccardo, tre giovani professionisti ‘riciclati’ dall’home video al mondo ‘bio’). Fate in modo che le esigenze ‘ecologiste’ (“per dare un contributo concreto al movimento globale a favore di un consumo responsabile e sostenibile”, scrivono) si incontrino con quelle estetiche. Al Macef mi sono innamorata della Wooden Radio, tutta in legno di provenienza certificata, bella come il sole e superstilish. Eco e bello si può. E chi fa un eco brutto aumenta il pregiudizio dei più. E l’ira di Iena…
Etica e design? Si può. Ad esempio, basta sfogliare le web pagine di At Casa
Cari Andrea, Aaron e Riccardo: leggete Donatella Pavan sulle eco-proposte del Salone 09, la designnews su Regenesi (che idea, produce e commercializza oggetti di design con materiali di riciclo post-consumo. Oggetti per la casa e accessori moda in alluminio, vetro, plastica, pelle, cartone creati da designer come Denis Santachiara, Giulio Iacchetti, Marco Ferreri, Matali Crasset, Setsu e Shinobu Ito, www.regenesi.com ) o quella sulla lampadina Ecò.
E così via.
Non vi chiedo di arrivare alle sofisticatezze di Kellam Clark (chi è ve lo dice Ale Valenti).
Ma un po’ di cultura in materia ci vuole.
Eco Logico Eco Sostenibile Eco Design. Le parole sono importanti.
Vi ricordate Nanni Moretti in Palombella Rossa? Le parole sono importanti.
Studiate voi dell’Emporio. E non solo voi. Ma tutti quelli che si tingono in “green” e blaterano di design. Maddai! Oppure, piano B: non mandate il press kit a quella iena di Iena.
E buon design a tutti.
Iena Bi

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EcoIena Bi
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IenaBi. La mia Milano Design in the City.
Ah ah. Eccomi. Dopo un periodo di riflessione. Motivi personali vari (Iena ha fatto i capricci). Tanti chiacchierando con l’altra me (la giornalista di design) mi hanno parlato del mio alter-ego. Chi mi scrutava dicendo sei tu? (no, non, no. Io nego). Chi ricordava le battute al vetriolo del Salone e se ne augurava altrettante per la kermesse milanese (in corso, ndr). Chi è (persino!) andato a Palazzo Dugnani, alla mostra ‘Scritture Silenziose’ dietro un Iena-web/consiglio. Mi son stupita di quanti mi leggano con affetto (noblesse oblige? Uh uh). Sintesi. Eccomi: vi prometto di non lesinare ienaggini varie.
Primo giorno della Milano Design Week.
Che cosa è. Lo avete già letto sul sito, no? Milano si riappropria del titolo di capitale del design. (Finalmente!). Fa le prove generali per il prossimo Salone 2010. Invita la città a entrare nei negozi, a capire il capitale di forma e contenuto che portano con sé le aziende del design Made in Italy. Per l’occasione, sconti dal 10 fino al 30 per cento per tutte le 4 giornate. Che tra il Natale quasi alle porte e i chiari di luna del periodo storico, non è poi male.
Oggi ho rispettato il grande impegno di tutti.
Cosmit, ADI, gruppo DesignPartners: insomma ode al circuito di ‘Milano design in the city’. E alle aziende italiane del mobile che ci hanno partecipato: coraggiose (a investire ora, con la fatica che fanno) e lungimiranti (perché puntano all’eccellenza e non mollano). La pesantezza economica si legge negli sguardi dei vari CEO, degli AD, dei patron. Pronti però a ribadire (e produrre e comunicare) il mobile italiano di qualità, anche se significa scontrarsi con le flessioni dei fatturati. Oggi c’erano stampa e imprese, commercianti, architetti e designer TUTTI quelli del nostro piccolo mondo del progetto a contribuire. Ognuno con la sua professionalità. E speriamo che la città, che voi rispondiate. E’ una iniziativa commerciale, naturalmente. Si mira a vendere. Ma non ho captato solo quello in giro. Nella prima Milano Design Week cittadina, ho visto responsabilità, orgoglio, serietà. Abbandonate certe forzature modaiole (insieme ai superdividendi?) adesso c’è una bella concretezza.
Nessuno ha cambiato il tessuto a un divano per fare spettacolo.
Zona via Durini, Monforte, Montanapo & dintorni. In giro per negozi.
Da Cassina allestimento di Piero Lissoni. Ci ho ritrovato il cuore dei mobili. Le scocche, le armature, il tubolare piegato, il meccanismo a nudo. Come dire: “se capite cosa c’è sotto l’imbottitura, vedete anche cosa ci sta dietro”. La struttura è progetto. Il progetto è pensiero. Struttura e progetto (più ciclo produttivo) uguale design. Industrial design. Andate a vedere nel negozio di via Durini. E’ illuminante.
Poltrona Frau ha messo in campo la sua pelle. Quella vera e quella metaforica. Complice l’idea creativa del talento francese Matthieu Lanier che ha preso la solidità dei Chester e l’ha trasformata in pungibull e sacchi da boxista. Come dire, “provate a vedere quanto è fatto bene questo imbottito. Avanti: prendetelo a pugni. Non fa una piega”. Vi rimando a un giro. Magari a voi non fa ne caldo ne freddo. Io ci ho visto l’anima, sotto la pelle.
Da B&B si respirava poesia domestica. Racconto per immagini. Protagonisti gli arredi. Fuori dal B&B Store il Iena-pensiero: “pari dignità per i nostri compagni di vita, così sottovalutati”. Non so voi, per me il divano di casa è un rifugio. Al mattino mi ci rinantuccio con coperta e caffè. La sera ci sprofondo insieme a una serie tv. A volte ci sprofondo (invece) con un ospite particolarmente attraente! E la poltrona? Una tana in cui sognare, telefonare, leggere. Il posto dove mi accoccolo. Digressione a parte, gli oggetti che vivevano di una surreale vita propria nel B&B-allestimento mi han fatto pensare al valore affettivo e pratico dei pezzi con cui IO condivido la vita. Bel risultato per una esposizione, o no?
Altro in giro.
Da Venini giochi di vetro soffiato firmati dai Fratelli Campana.
Pragmatismo da De Padova: un bell’esempio di qualità, presentare 2 progetti, di questi tempi grami (sedia by Urquiola e libreria dei giovani Lemongrass). Azzeccarne 2 belli poi: chapeau interiez (ovvero, tanto di cappello). Bravi bravi Bravi.
E da Porro. Con la nuova lampada delle Front. Lieve.
Luceplan il suo discorso forte di lampadario economico, ecologico, altamente innovativo l’ha fatto al Salone ’09. Nel negozio di Corso Manforte lo ribadisce. Con una vetrina molto divertente dove uno chandelier in vetro di Murano frantumato in mille pezzi è accompagnato da una frase lapidaria (nel senso di lapide, come direbbe OfflagaDiscoPax): i sogni infranti. Il loro, Hope, lo chandelier del nuovo millennio, scintilla in tutto il suo splendore contemporaneo: è il sogno di speranza. E ci sta. Niente passatismi sostengono. Io amo memoria e maestri del passato. A casa mia solo vintage. Eppure da giornalista mi inchino alla contemporaneità di Luceplan.
Per chiudere in bellezza.
Grand soirée a fine giornata in via Pisoni. Dove la partnership Armani Casa più Dada Cucine continua il suo percorso tecno-chic (ps, ottimo lo champagne).
E in via Monte di Pietà da Skitsch. Vino rosso e tanti spunti per regali di Natale per niente scontati. Ps2. I gioelli di Ted Noten sono geniali. Con 35 euro potete giocare con anelli di resina a tutto colore, poco di più e stupirete tutti con collier e bracciali eccentrici ed esorbitanti. Se poi avete 2000 euro, c’è il collier del vero lusso. Dove diamanti e smeraldi ci sono, ma non brillano sfacciati. Sono incastonati nella resina trasparente. Stasera altro giro. Lunedi vi racconto.
E buon design a tutti.
IenaBi

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Case e recinti
Recintare e coprire. Due azioni antiche che da sempre l’uomo compie per abitare. Mi sono venute in mente guardando le foto dell’installazione Onion Pinch di Caterina Tiazzoldi ed Eduardo Benamor Duarte. L’idea la conoscevo già (avevo visto il progetto proprio qui su AtCasa ) ma vederla in corso d’opera mi ha ricordato l’importanza dei gesti di appropriazione dello spazio. Quelli semplici: le azioni istintive che compiamo per metterci al riparo.
E delle azioni mi piacerebbe parlare. Della loro capacità di creare forme abitabili. Meglio se attraverso materiali naturali, ecologici e sostenibili. C’è qualcosa di primordiale e allo stesso tempo contemporaneo nel gesto che piega il nastro di sughero. E un’intuizione direi modernissima: la possibilità, disponendola in verticale o in orizzontale, di delimitare un ambito o fornire un tetto.
Tutto ciò mi ha fatto pensare alle case. Alla semplicità con cui si può creare lo spazio abitabile.
Se servisse una prova chiamerei a testimoniare i bambini che nelle foto si muovono tra i nastri. Attraversandoli, stazionando al di sotto, accoccolandosi tra le pieghe. Insomma: abitandoci.
the newyorker

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Iena in trasferta a Verona
17 settembre 09: al via Abitare il Tempo
La settimana dell’arredo veneta ha inaugurato ieri. Io c’ero.
Con tutte le buone intenzioni.
Già sull’Eurostar, nonostante fosse l’alba, recitavo come un mandala “devo essere buona, devo guardare con occhio ottimista gli sforzi delle aziende alle prese con la crisi, devo smettere
il disincanto e scegliere l’entusiasmo” (non vi dico la faccia del controllore che arrivato a chiedermi il biglietto si è visto una pazza in occhiali da sole mormorare preghiere buoniste..).
Arrivata in quel di Verona vedevo rosa
Varcato l’ingresso della Fiera vedevo rosa. Camminando alla volta dei padiglioni, vedevo rosa.
Tra gli stand ho iniziato a vederci doppio.
Mobili in stile, divanetti leopardati, lampadari in finto vetro di Murano, specchi barocchi, vasi oversize pieni di fiori finti, un festival del cattivo gusto davvero spaesante.
Capisco accettare “la qualunque” per riempire i vuoti lasciati dai brand in crisi
(ma questi che li han sostituiti vendono? Non risentono della flessione economica?).
Ma ecco, non era la fiera del progetto?
Comunque.
Ogni caro vecchio nome noto, ogni sediolina o posacenere contemporaneo mi dava il batticuore: “Ecco, ecco il design”….
E giocando a evitare l’orroroso (in un nanosecondo ho imparato a guardare – con la coda dell’occhio – e a NON vedere il peggio), facendomi largo tra il brutto come una sciatrice alle prese con i paletti dello slalom, ho iniziato a dare i numeri.
6: un mescolone tra art de la table, luce, design (poco) fashion design (?che è?).
2, gli editori tessili (evviva i tessuti di Florence Broadhurst by Signature Prints. Evviva Ken Scott by Roma Home Collection…) più l’artigianato (oh oh).
3: biancheria.
4 e 5: decorazione (un inno al santo natale).
8: i negozi sperimentali (l’arca ecologica di Simone Micheli mi lascia interdetta), architettura e varie
Al sette ho sussultato di gioia
Un pezzo notevole, finalmente. La luce Arba di Matteo Thun per gli svizzeri Belux è bella, usa eco lampadine fluorescenti a basso consumo energetico, è di legno di faggio ecologico et certificato, ha persino il filo elettrico di tessuto rosso. Perfetta. Molto stilish anche lo stand in un sobrio grigio antracite, con le silhouette dei mobili disegnate in bianco e una citazione in latino di Vitruvio. Insomma, la famosa oasi nel deserto del progetto.
Divertenti gli speakers di Audel. Sempre bravi i danesi di Normann Copenhagen.
Lodevole lo spazio ai giovani di “YDMI” Young Designers Meet the Industry, che come dice Porzia Bergamasco nel suo articolo su AT è :«una novità della manifestazione veronese che apre alla “formula di workshop ideata e brevettata nel 2007 dal German Design Council per favorire la promozione e la comunicazione dei giovani designer”». I 30 progetti in mostra? Mah. Non vorrei sembrare polemica, ma mi son sembrati, poco forti. Next time.
Lo zucchino divino e un architetto molto cordiale
Lo shopping Lab è un lavoro dello studio di architettura Bestetti Associati.
Hanno progettato il negozio multimarca del (prossimo) futuro.
Ricetta anticrisi: l’unione fa la forza.
B&B, Molteni, Boffi, Valcucine, Agape, Vitra: l’eccellenza dell’arredo contemporaneo in mostra in uno spazio elegante, magari ce ne fossero di store così. E oltre i mobili, caffetteria, fioraio, libreria. Mentre Chicco Bestetti illustrava lo spazio, ho degustato la selezione di food fatta da quelli di inItaly (www.initalyexcellence.com). Non vi dico il godimento delle mie papille gustative sedotte da un involtino di zucchine fresche ripieno di prelibatezze e da un assaggio di confettura di peperoncino. Peccato mancasse un calice di (buon) vino! (eddai!)
Il principe azzurro del Macef mi ha offerto il pranzo
Partita da Milano senza una lira, speravo nell’ospitalità della Fiera di Verona.
Niente. Per fortuna il compassionevole gentiluomo di AT Casa (grazie Alessandro!) che già mi aveva soccorso a Milano, ha diviso con me un Sushi Box e un frizzantino.
Pensati e curati i vari ristoranti. Punti a favore di Verona Fiere. Nessun Autogrill qui per fortuna.
Peccato che per amor di estetica, Simone Micheli abbia progettato dei coffee table a X mooolto bassi accompagnandoli a sedute mooolto scomode. Avete presente i palloni gonfiabili di Tecnogym, quelli che si usano in palestra? Immaginate mangiarci il sushi con le bacchette: rotolavo io e rotolavano i miei bocconcini di alghe.
Tutto è bene quel che finisce bene
Dopo la trasferta fieristica poco avvincente sono tornata a Milano e son corsa da SKITSCH.
Il nuovo marchio italiano di design ha presentato il catalogo 2010 con un cocktail party molto divertente. Intanto perché servivano Krug rosè. Lo champagne è sempre un brillante scacciapensieri.
Eppoi perché c’erano belle persone e bei pezzi.
Insomma, Milano, Verona, Milano: evviva Skitsch.
E buon design a tutti.
di Iena Bi

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Un giorno al Macef
Questa è una coproduzione.
Inizio da sola: un dramma in tre atti. Poi trovo il Principe Azzurro, nelle vesti di un redattore di AT CASA. Niente di sentimentale, eh. Ma insieme è meglio. E l’incubo si trasforma (quasi) in una fiaba. Con noi due che ci aggiriamo per stand più o meno belli ritrovando l’umorismo e, finalmente, brindando con uno spumantino (al design, naturalmente).
Il Dramma
Scena uno: esco di casa e l’idea di andare a Rho con la metro mi atterrisce (è pure tardi, non sapevo quale rossetto indossare per l’evento). Chiamo un taxi. E pazienza se devo pagarmi di tasca mia i 40 euro che servono per arrivare al Macef, la settembrina fiera milanese dell’oggetto. E’ venerdì, son stanca, già la prospettiva Fiera non mi entusiasma. Spendo e sto comoda.
Scena Due: per il primo anno la tessera di accredito del Macef, non mi è arrivata in redazione. Mi metto in fila nell’area stampa. Stranamente affollata, visto che son già le undici. Eppoi sta gente non mi pare del giro: mi insospettisco e chiedo. Hanno (inspiegabilmente) unito le due file, quella degli addetti e quella dei visitatori. Mi indigno. Non è per fare la principessa, ma ho fretta. Guadagno la tessera e varco i tornelli. Già accaldata, sconfortata e demotivata (ma una volta quelli della stampa li coccolavano: ridatemi i miei privilegi, mi aiutano a sopportare il maldipiedi che –inevitabilmente- avrò a fine giro).
Scena Tre: ma cosa ci faccio qui, voglio tornare in Sudamerica dove ho passato le (brevissime) vacanze. Guardo i corridoi, i padiglioni, l’elenco partecipanti al Macef. Tutto incombente. Mi prende un groppo in gola: siam solo ai primi di settembre. Pietà. Eppoi, ecco, si si qual cosina di carino c’è. Ma poco. La crisi è tangibile. Purtroppo.
Arriva il Principe Azzurro: è a piedi e trascina un trolley blu.
‘Ma dai anche tu qui, come stai’. In due è più facile vedere il bello del design! Raccogliamo i press Kit, ci piacciono le posate firmate da Chipperfield per Alessi (e pure le tazzine di Miriam Mirri dedicate ai più piccoli), mi appunto che la palette colori delle porcellane di Vera Wang per Wedgwood è bellissima (da pubblicare, ndr), belli anche i pezzi della Urquiola per Rosenthal. Ci innamoriamo dei mostriciattoli newyorkesi Uglydolls (www.uglydolls.com) e dei cattivissimi (e geniali) orsetti jap Be@rBrick (www.bearbrick.com). Quelli di Ballarini con le loro padelle tematiche (il pasta set, la crepiera, etc etc) hanno avuto un’ottima idea. E le radio di legno certificato (nessun disboscamento di foreste) che arrivano dall’Indonesia sono FANTASTICHE (www.woodenradio.com). Anche se faccciamo le foto e ci sgridano: “Siamo della stampa” ribatto piccata. E loro: “Bè comunque chiedete prima di scattare, no?” Han pure ragione, uff.
E’ l’ora di pranzo: panico, dove mangiamo?
Nota sempre dolente. Come al Salone, più che stuzzichini non si trovano. L’area ospitalità stampa organizzata dal Cosmit è grande come casa mia (che è un bilocale) e affollata come un treno di pendolari il lunedi mattina. C’è il ristornate di Sadler, ma siam squattrinati. I Bar Autogrill sono l’apoteosi del non design (perché non importano il nuovo format, l’Ecogrill inaugurato a Mensa di Ravenna e progettato da Giulio Ceppi, www.totaltool.it). ‘Vado al Bar di Massaud o a quello di Van Duysen? Scelgo il Sushi Bistrot o la Farm vegetariana?’ Non sarebbero interrogativi degni di una kermesse del progetto?? Benedetti voi della Fiera, so che fate già tanto, che è difficile etc. Ma vi prego: DO IT BETTER.
Vogliamo un Macef Satellite
La crisi ha lasciato vuoti illustri tra gli stand del Macef. Eppure ci vorrebbe solo un po’ di passione per ridare smalto al vecchio (eh si, vecchio MA CARO) Macef. Un poco di accuratezza, una sezione giovani (dove ospitare chi ha pochi soldi e tante idee), una mostra più incisiva. Perché non organizzare un evento a tema conviviale: un anno i designer, un anno le testate di design, un anno gli studenti delle accademie del progetto. Son sicura che PER VOI del Macef lo farebbero gratis. Rendetevi competitivi, santo cielo, qui vien sonno.
E buon design a tutti.
PS
Mie le parole, le foto sono di Alessandro Mussolini: che mi è venuto in soccorso con tutta la sua adorabile ironia. E con l’obbiettivo della sua Lumix.
di Iena Bi

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Con i tempi che corrono, andrebbero installate da noi. Grandi Y colorate a grandezza d’uomo che, in forma di arredo urbano, pongono semplici importanti domande. Ho visto le Y (la cui pronuncia nella lingua inglese è uguale a quelle della parola why) a Provincetown nel Massachussets, illuminata cittadina del New England nota ai più grazie al libro di Michael Cunnigham “Dove la terra finisce”. La più eloquente delle quattro sculture colorate, quella posta di fronte all’Ufficio per il Turismo, recita: Y DISCRIMINATE. Fatta qualche ricerca su internet ho scoperto che l’autore, americano, si chiama Ralph Brancaccio e che proprio questa scultura, undici anni fa, è stata posizionata a New York City all’incrocio tra la Sixth Avenue e Cristopher Street. Per chi non lo sapesse, al numero 53 di Christhopher Street si trova lo Stonewall Inn, bar newyorkese celebre per aver, alla fine degli anni ’60, dato il via ai movimenti di protesta in difesa dei diritti dei gay. Da New York le Y di Ralph Brancaccio (Y CORRUPTION, Y POVERTY, Y INDIFFERENCE, Y REPRESSION…e tante altre ancora) di strada ne hanno fatta molta, approdando in varie città degli Stati Uniti. Non sarebbe male vederle – che so – in via dei Condotti a Roma, o in via Montenapoleone a Milano.
Dipendesse da voi che domande fareste? Sul sito dell’artista (www.ralphbrancaccio.com) l’elenco di tutte le Y. Cercate quella che fa per voi o proponetene di nuove. Chissà…..
di the newyorker

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Presentarsi attraverso le case. Come fossero autoritratti. Per saperne di più, per vedere come si vive nelle città, in case anche piccole, magari dividendo gli spazi con altri. Magari mescolando vita e lavoro.
Interni intesi come espressioni di pensieri, stili, gusti.
Inizio io: the newyorker. Mi presento attraverso la mia casa milanese sui navigli. Fuori è la tipica casa di ringhiera. Dentro (sono un designer) l’ho arredata con mobili recuperati negli anni mentre mettevo a posto le case degli altri. Certo non mancano i pezzi di design contemporaneo, ma convivono con altre storie e altre epoche.
La parola alle immagini. Vi invito a fare altrettanto
di the newyorker

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